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venerdì 27 novembre 2015

La stanza delle serpi, di L. Snicket

"Gli orfani erano così interessati alle gabbie che non si accorsero nemmeno di cosa c'era in fondo alla Stanza delle Serpi finché non ebbero visto ogni corsia, ma quando ci arrivarono restarono senza fiato per la sorpresa e la delizia. Perché alla fine di quelle file e file di gabbie, c'erano file e file di scaffali, stipati di libri di diverse forme e dimensioni, con gruppetti di tavoli, sedie e lampade da lettura. Di sicuro ricordate che i genitori dei ragazzi Baudelaire avevano un'enorme biblioteca, che gli orfani ricordavano con amore e della quale sentivano terribilmente la mancanza, e che dal giorno di quel terrificante incendio i ragazzi erano sempre felici quando incontravano persone che amavano i libri quanto li amavano loro. Violet, Kalus e Sunny esaminarono i libri con la stessa attenzione che avevano dedicato alle gabbie, e videro subito che per la maggior parte parlavano di serpenti e altri rettili. Sembrava che tutte le opere mai scritte sui rettili, da Introduzione alle grandi lucertole a Cura e alimentazione del cobra androgino, fossero allineate sugli scaffali, e i tre, specialmente Klaus, morivano dalla voglia di leggere tutto sulle creature della Stanza delle Serpi.
«È un posto fantastico» disse alla fine Violet, rompendo il lungo silenzio.
«Grazie» disse lo zio Monty. «C'è voluta una vita per metterlo insieme».
«E veramente abbiamo il permesso di entrare qui dentro?» chiese Klaus.
«Permesso?» ripetè lo zio Monty. «Vuoi scherzare! Io vi imploro di entrare qui dentro, ragazzo mio.»


* La stanza delle serpi / di Lemony Snicket ; illustrazioni di Brett Helquist ; traduzione di Valentina Daniele. - Milano : Salani, 2000. - 168 p. : ill. - (Una serie di sfortunati eventi ; 2). - ISBN: 8877829524

domenica 2 agosto 2015

Un infausto inizio, di L. Snicket

"«Bene, perché non venite da me e cercate il libro di cucina che preferite?» disse il Giudice Strauss.
I ragazzi assentirono e seguirono il Giudice Strauss fuori e poi nella sua casa ben curata. Li condusse attraverso un atrio elegante che profumava di fiori in una stanza enorme, e quando videro cosa c'era dentro quasi svennero dalla meraviglia, specialmente Klaus.
La stanza era un biblioteca, la raccolta personale del Giudice Strauss, scaffali e scaffali di libri, su ogni parete dal pavimento al soffitto, e scaffali separati al centro della stanza. L'unico punto non occupato dai libri era un angolo in cui si trovavano alcune ampie sedie dall'aria confortevole e un tavolo di legno, con delle lampade perfette per la lettura. Nonostante non fosse grande come la biblioteca dei loro genitori era altrettanto accogliente, e i ragazzi Baudelaire erano emozionati.
«Parola mia» disse Violet, «questa è una biblioteca meravigliosa!»
«Grazie infinite» disse il Giudice Strauss. «Colleziono libri da anni, e sono molto fiera della mia raccolta. Se non li sciuperete, potrete consultare i miei libri ogni volta che volete. Dunque, i libri di cucina sono laggiù, sulla parete orientale. Vogliamo darci un'occhiata?»
«Sì» disse Violet. «E dopo se non le dispiace, vorrei vedere qualche libro di ingegneria meccanica. Inventare cose è una delle mie grandi passioni».
«E io vorrei vedere dei libri sui lupi» disse Klaus. «Ultimamente sono affascinato dalla vita degli animali selvaggi del Nord America».
Sunny emise un verso che significava 'Per favore, non dimenticate di cercare anche un libro illustrato per me'.
Il Giudice Strauss sorrise. «È un piacere vedere giovani tanto interessati ai libri» disse. «Ma credo che sia meglio cercare prima una buona ricetta, voi cosa dite?»
I ragazzi assentirono e per circa trenta minuti esaminarono diversi libri di cucina consigliati dal Giudice Strauss. A dire il vero, i tre orfani erano così contenti di non essere in casa del Conte Olaf, e in questa bella biblioteca, che erano un pochino distratti e non riuscivano a concentrarsi sulla cucina. Ma finalmente Klaus trovò una pietanza che sembrava deliziosa e facile da preparare.
«Sentite qui» disse. «'Puttanesca'. È una salsa italiana per la pasta. Tutto quello che bisogna fare è cuocere insieme in un tegame olive, capperi, acciughe, aglio, prezzemolo tritato e pomodori, e poi servirla sugli spaghetti».
«Si direbbe semplice» concordò Violet, e gli orfani Baudelaire si scambiarono un'occhiata. Forse, con il gentile Giudice Strauss e la sua biblioteca alla porta accanto, prepararsi una vita piacevole sarebbe stato facile come cucinare una puttanesca per il Conte Olaf." (pp. 37-39)


* Un infausto inizio / di Lemony Snicket ; illustrazioni di Brett Helquist ; traduzione di Valentina Daniele. - Milano : Salani, 2000. - 141 p. : ill. - (Una serie di sfortunati eventi ; 1). - ISBN: 8877829516

mercoledì 15 luglio 2015

Fondamenta degli incurabili, di J. Brodskij

"All'estremità opposta della galleria il nostro anfitrione girò a destra, e noi tre lo seguimmo in una stanza che sembrava un incrocio tra una biblioteca e lo studiolo di un gentiluomo del Seicento. A giudicare dai libri allineati dietro la reticella metallica dell'armadio di legno rosso, grande quanto un guardaroba, il secolo del gentiluomo poteva essere addirittura il Cinquecento. C'era una sessantina di volumi bianchi, panciuti, rilegati in cuoio, da Esopo a Zenone, giusto il numero necessario e sufficiente per un gentiluomo; tutti i libri in più l'avrebbero trasformato in un penseur, con conseguenze disastrose per il suo equilibrio o per il suo patrimonio. A parte questo, la stanza era piuttosto spoglia. L'illuminazione non era molto migliore di quella della galleria, ma riuscii a distinguere uno scrittoio e un grande mappamondo sbiadito." (p. 47)

"La sera qui, non c'è molto da fare. Si può scegliere, certo, tra il teatro d'opera e i concerti in chiesa; ma sono cose che richiedono un po' di iniziativa e di preparativi: biglietti, orari e tutto il resto. Sono cose in cui non me la cavo molto bene; è quasi come prepararsi, da solo, un gran pranzo tutto per sé - e forse è anche peggio, si è più soli ancora. E poi, sono così fortunato che se una sera mi propongo di andare alla Fenice il cartellone è accupato per tutta la settimana da Čajkovskij o Wagner - l'uno vale l'altro, per quanto riguarda la mia allergia. Mai una volta Donizetti o Mozart! Non resta che leggere o gironzolare a caso, due cose che più o meno si equivalgono, perché di notte queste stradine di pietra sono come i camminamenti tra gli scaffali di qualche immensa biblioteca dimenticata, e sono altrettanto tranquille. Tutti i "libri" sono ermeticamente chiusi, e puoi capire di che cosa trattano solo guardando i nomi sul loro dorso, sotto il campanello." (pp. 84-85)

* Fondamenta degli Incurabili / Iosif Brodskij. - Milano : Adelphi, 1991. - 108 p. - (Piccola biblioteca Adelphi ; 259). - ISBN: 9788845908088

lunedì 18 maggio 2015

Villa Triste, di P. Modiano

"Sul pavimento dell'ufficio c'era un tappeto di lana molto spesso sul quale ci siamo distesi. Un raggio di luna vicino a noi tracciava una lama grigio-azzurra che andava da un capo all'altro della stanza. Una finestra era semiaperta e sentivo fremere un albero le cui foglie accarezzavano i vetri. L'ombra del fogliame ricopriva la biblioteca con un reticolo di notte e di luna. Negli scaffali c'erano tutti i libri della "Collection du Masque".
Il cane si è addormentato davanti alla porta. Nessun rumore, nessuna voce giungeva dal salone. Erano partiti tutti lasciando soltanto noi due? Nell'ufficio aleggiava un profumo di vecchio cuoio, e io mi sono domandato chi avesse disposto i libri negli scaffali. Di chi erano? Chi veniva di sera a fumare la pipa, a lavorare oppure a leggere un romanzo o ad ascoltare il fruscio delle foglie?"

* Villa Triste / Patrick Modiano ; traduzione di Anna e Alfredo Cattabiani. - Milano : Bompiani, 2014. - 170 p. - (Narratori stranieri). - ISBN: 9788845278921

venerdì 10 aprile 2015

Mirador. Irène Némirovsky, mia madre, di E. Gille

"Mio padre si sottraeva alle libagioni del suo ospite, il cui occhio iniziava ad annebbiarsi e che, con voce impastata, attaccava con il racconto delle sue disgrazie per trascinarlo fuori casa e parlare di affari. Mi proponevano un passatempo. In mancanza di bambini che potessero tenermi compagnia - i ragazzi erano al liceo, le ragazze in collegio - chiedevo un libro, il che faceva molta impressione. Allora mi mostravano una triste biblioteca nella quale si ammucchiavano volumi ingialliti e macchiati di cacature di mosca, con le illustrazioni strappate, che visibilmente nessuno apriva mai. A volte accadeva addirittura che, se non c'erano libri in casa, su mia insistenza mi conducessero nel granaio dove scoprivo pile di vecchie riviste e edizioni rare che marcivano in un angolo, avendo come unica visita quella delle capre e delle galline. Mademoiselle Rose doveva allora rimproverarmi affinché non strigessi al petto quei tesori e occorreva tutta la mia compitezza di bambina beneducata per trattenermi dall'esigere che mio padre li facesse trasportare nella nostra vettura". (p. 49)

* Mirador : Irène Némirovsky, mia madre / Élisabeth Gille ; a cura di Cinzia Bigliosi ; prefazione e intervista di René de Ceccatty ; traduzione di Maurizio Ferrara e Gennaro Lauro. - Roma : Fazi, 2011. - 359 p. - (Le strade ; 194). - ISBN: 9788864112015

martedì 24 marzo 2015

Suite francese, di I. Némirovsky

"Il tenente lanciò un ordine. Gli uomini sembravano tutti molto giovani, avevano la carnagione rosea e i capelli d'oro, montavano splendidi cavalli, grassi, ben nutriti, dalle larghe groppe lucenti. Li legarono sulla piazza, intorno al monumento di Caduti. Al «Rompete le righe!» i soldati si sparsero per il paese con un gran fragore di stivali, di voci straniere, di speroni tintinnanti e di armi. Nelle case borghesi le donne nascondevano la biancheria più fine.
Le signore Angellier - la madre e la moglie di Gaston Angellier, prigioniero in Germania - stavano finendo di mettere al riparo i loro beni. La vecchia signora Angellier, una donna magra, pallida, fragile e severa, chiudeva personalmente nella biblioteca ogni volume, dopo averne letto a mezza voce il titolo e accarezzata devotamente la rilegatura con il palmo della mano.
«I libri di mio figlio» mormorava «tra le grinfie di un tedesco!... Mai! Preferirei bruciarli».
«E se vogliono la chiave della biblioteca?» domandò con voce lamentosa la grassa cuoca.
«La dovranno chiedere a me!» rispose la signora Angellier e, raddrizzandosi, battè leggermente la mano sulla tasca cucita all'interno della gonna di lana nera facendo tintinnare il mazzo di chiavi che portava sempre con sé. «E non me la chiederanno una seconda volta» concluse con aria cupa." (pp. 202-203)

* Suite francese / Irène Némirovsky ; a cura di Denise Epstein e Olivier Rubinstein ; postfazione di Myriam Anissimov ; traduzione di Laura Frusin Guarino. - Milano : Adelphi, 2005. - 415 p. - (Biblioteca Adelphi ; 482). - ISBN: 9788845920165

lunedì 3 dicembre 2012

La cotogna di Istanbul, di P. Rumiz


Si scambiarono due o tre sigarette
giù nello studio e allora Max s'accorse
che il perimetro interno della casa
era una sterminata biblioteca:
muri di libri, da Dante fino a Omero,
davvero strani per uno scienziato,
stavan schierati lì come un esercito;
una trincea di carta combustibile
lì costruita come un esorcismo
contro il fuoco dei barbari sul monte





*La cotogna di Istanbul : ballata per tre uomini e una donna / Paolo Rumiz. - Milano : Feltrinelli, 2010. - 184 p. - (I narratori). - ISBN: 9788807018206

venerdì 17 giugno 2011

Lo strappacuore, di B. Vian


136 aprosto

Nei giorni in cui Giacomorto si sentiva intellettuale, si ritirava nella biblioteca di Angelo e leggeva. C'era soltanto un libro, ampiamente sufficiente, un eccellente dizionario enciclopedico in cui Giacomorto ritrovava, classificati e ordinati alfabeticamente se non logicamente, gli elementi essenziali che solitamente compongono le biblioteche in un volume ahimè tanto ingombrante.

mercoledì 19 gennaio 2011

Viaggio dentro i libri, di Lele Rozza

Io sono fortunato, vivo in un posto in campagna dove abbiamo dello spazio. Mi sono ritagliato una stanza, nel seminterrato che utilizzo come studio, dentro cui ho stipato, un po' come capitava che sono pigro, una trentina di anni di libri, facciamo 25, ma tanto per intenderci.

Sono tanti tanti libri. stanno in doppia fila, talvolta in tripla fila, quando aggiungo una libreria sembra non cambiare nulla, non ci stanno lo stesso (l'ho fatto non molto tempo fa e non posso dire che la situazione sia apprezzabilmente cambiata). Questi libri sono stati la cosa più ingombrante dell'ultimo trasloco, e dall'ultimo trasloco, sono usciti dagli scatoloni e finiti sugli scaffali senza che decidessi un ordine di qualsiasi tipo.
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mercoledì 17 marzo 2010

Le lacrime dell'assassino, di A. L. Bondoux


"Ricardo spinse la porta di casa. Indietreggiò per lasciar passare i suoi ospiti. Il calore e la comodità dell'interno erano sorprendenti: tappeti, poltrone di velluto, un canapè fiancheggiato da due piccoli tavolini tondi, tende alle finestre, soprammobili... E la cosa più assurda, un'immensa biblioteca, dove i libri erano stipati, al punto di cadere dagli scaffali. Tutto l'opposto di come ci si sarebbe immaginati la casa di un vecchio boscaiolo." (p. 130)

"Sei tanto vecchio?"
"Non mi restano molti libri da leggere", rispose.
E il bambino, sorpreso e ammirato, immaginò la biblioteca di Ricardo come una riserva d'ossigeno. Se la durata di una vita era così strettamente legata al numero di libri che uno possedeva, allora questo spiegava la morte improvvisa dei suoi genitori: a casa sua, non ce n'era nemmeno uno di libri! Giurò a se stesso di comprarne molti con il suo denaro.
"Dove si comprano i libri", chiese.
"In città. Nelle librerie. A volte ne hanno anche i venditori ambulanti, ma non sono mai granché".
"Mi piacerebbe tanto andare in una libreria [...]" (p. 144)

"Pablo accatastava fascine con buon umore. Il futuro gli sembrava radioso: avrebbe passato ancora alcune notti lì, a casa di Ricardo, così avrebbe avuto modo di rivedere i bambini e di fare con loro il girotondo sull'erba umida. Poi, sarebbero partiti verso nord. Sarebbero tornati a casa, la loro casa in capo al mondo, e, dopo essersi riposati ben bene, sarebbero risaliti fino a Puerto Natales. Dopo tutto non era grave non avere la pecorella. In compenso avrebbe avuto i libri. Se glielo chiedeva, Angel gli poteva anche costruire una grande biblioteca, sarebbe bastato fissarla con delle pietre contro il muro della casa. Come gli piaceva tutto questo!" (p. 145)

"Dentro la prigione, Angel aspettava la sentenza.
La sua cella sapeva di muffa e urina. Aveva diritto a dieci minuti d'aria al giorno. La tristezza di quel luogo e della sua vita gli stringeva in una morsa senza fine il cuore e la testa. Non pensava a niente. Gli avevano riso in faccia quando aveva chiesto di avere accesso ai libri della biblioteca, visto che la sua scheda attestava nero su bianco che non sapeva leggere. Nessuno pensò che aveva finito per imparare, a forza di ascoltare le lezioni di Luis e di seguire i progressi di Pablo. Nessuno sapeva fino a che punto gli anni passati con il bambino lo avevano cambiato. E, in ogni caso, nessuno avrebbe voluto crederci." (p. 169)

"Entra", gli disse Pablo. "Avrai sete".
Una volta in casa, Luis si stupì dei cambiamenti apportati da Pablo.
"Un nuovo tavolo?"
"L'altro era morto", rispose Pablo.
"Questo è molto bello", riconobbe Luis.
Anche la biblioteca che Pablo aveva costruito con le sue mani lo colpì molto. Come regalo, vi depose un libro, quello che parlava dei navigatori ributtati sulla terraferma e delle tempeste, e dal quale Pablo aveva sentito per la prima volta la voce dei poeti.
"Adesso conosco tutte le parole", mormorò Pablo passando le dita sulla copertina. (p. 184)

"Di tanto in tanto, uno straniero spuntava dal sentiero di pietra. A volte uno scienziato, più spesso un geologo con la sua scatola di sassi, a volte un astronomo alla ricerca di una notte buia, oppure un poeta sulle tracce dell'anima cilena, o un mercante di avventure a caccia di occasioni.
Pablo li accoglieva a porta spalancata. Rideva davanti alla sorpresa che si dipingeva sulle loro facce quando scoprivano l'interno della casa. La biblioteca, i tappeti, le candele, le cartoline, le tende immacolate..." (p. 186)

* Le lacrime dell'assassino / Anne-Laure Bondoux ; traduzione di Francesca Capelli. - Cinisello Balsamo (MI) : San Paolo, [2008]. - 187 p. ; 23 cm. - ISBN: 9788821563935

giovedì 11 marzo 2010

Oppi, di J. Navarro

Ma era impossibile che uno di quei ladri nati avesse il coraggio di rubare una moto dal parcheggio degli insegnanti. E così, mentre sulla lavagna continuava a crescere il diagramma di asticelle dei furti di moto in città, io pensavo che forse il ladro della moto di Espada era un professore. Noi studenti non avevamo accesso al parcheggio dei professori.
C'erano anche professori che si dichiaravano ladri: un insegnante di letteratura confessava con orgoglio che la sua biblioteca era il frutto di molti furti di libri. E ci raccontava che un rivoluzionario intellettuale americano, Rubin o Rabin, ora non ricordo, una bella faccia tosta, aveva scritto un libro che si chiamava Rubami, o Ruba questo libro, non so.
Ma nemmeno quel professore ladro avrebbe avuto il coraggio di rubare la moto a Espada, che era stato campione di rugby e sci di fondo e che due anni prima aveva sposato l'allieva più bella che fosse mai passata per la nostra scuola. (p. 15)

* Oppi / Justo Navarro ; traduzione di Michela Finassi Parolo. - Milano : A. Mondadori, 2004. - 80 p. - (Shorts). - ISBN: 8804530588

lunedì 23 novembre 2009

Bibliomania, di G. Flaubert

"Passava notti febbrili e ardenti tra i suoi libri. Si aggirava nei retrobottega, percorreva i corridoi della sua biblioteca con estasi e rapimento; poi si fermava, i capelli in disordine, gli occhi fissi scintillanti, le mani tremavano, toccando il legno degli scaffali; erano caldi e umidi.

Prendeva un libro, ne sfogliava le pagine, ne tastava la carta, ne esaminava le dorature, la copertina, le lettere, l'inchiostro, le pieghe e la disposizione dei disegni attorno alla parola finis; poi lo cambiava di posto, lo metteva su un ripiano più alto e restava per ore intere a guardarne il titolo e la forma"


* Bibliomania / Gustave Flaubert. - Milano : U. Mursia, 2009. - 31 p. - (Il picci ONE). - ISBN: 9788842542223

martedì 26 maggio 2009

Mal di pietre di M. Agus

"Il manicomio ai genitori era sembrato un bel posto per nonna, con un grande bosco sulla collina fitto di pini marittimi, alberi del paradiso, cipressi, oleandri, ginestre, carrubi e viali dove nonna avrebbe potuto andare su e giù. E poi non si trattava di un unico caseggiato lugubre che magari avrebbe potuto farle paura, ma di una serie di ville dei primi del Novecento, ben curate e circondate da un giardino. Quello che sarebbe stato il posto di nonna era il reparto chiamato dei Tranquilli, una villa a due piani con un ingresso costituito da una vetrata elegantissima, una sala soggiorno, due refettori, otto dormitori e nessuno avrebbe detto che lì ci vivevano i pazzi, se non per le scale incassate fra i muri. Essendo nonna una tranquilla avrebbe potuto uscire e andare forse anche nella palazzina della Direzione, con la biblioteca e una sala di lettura dove avrebbe scritto e letto romanzi e poesie a suo piacimento, ma sotto controllo. E non avrebbe mai avuto contatti con le altre ville dei Semiagitati e degli Agitati e non le sarebbero mai accadute cose terribili come essere rinchiusa nelle celle di isolamento o essere legata al letto. In fondo, a casa era peggio perché, quando le venivano le crisi di disperazione e voleva ammazzarsi, bisognava pur salvarla in qualche modo." (pp. 97-98)

* Mal di pietre / Milena Agus. - Roma : Nottetempo, 2006. - 119 p. - ISBN: 8874520956

giovedì 9 ottobre 2008

Il lapis del falegname, di Manuel Rivas

Allora?
Apprezziamo il suo interesse, disse Luis Felipe, ma ci sembra troppo precipitoso. Non si tratta solo di denaro, signor Mallo. Ci sono cose che non hanno prezzo, di un profondo valore sentimentale.
La biblioteca, papà, chiosò la figlia.
Sì. Per esempio, la biblioteca. E' una biblioteca straordinaria. La migliore della Galizia. Di valore incalcolabile.
Capisco. Couto, disse Benito Mallo all'autista, porti su un altro barile di aringhe.
Sarebbero tascorsi anni prima che Benito Mallo tornasse a pensare a quella biblioteca che riempiva le pareti dello studio, del salone e di un lungo corridoio della villa. Ogni tanto, qualche visitatore faceva un commento di ammirazione, dopo aver sfogliato uno dei vecchi volumi.
Ciò che ha qui è una vera meraviglia, un tesoro.
Lo so, ammetteva Benito Mallo con orgoglio. Ha un valore incalcolabile.
In fondo allo studio che usava come ufficio c'era un'enciclopedia illustrata. Erano volumi solidi e simmetrici, sembravano rilegati in marmo e conferivano alla stanza una gravità da mausoleo. Ma ogni volta che si alzava dalla sedia e aggirava la scrivania sulla destra, il vecchio contrabbandiere si ritrovava davanti agli occhi un inquietante scaffale di libri diseguali, alcuni squinternati, sotto un'epigrafe dai caratteri in legno finemente lavorato:
Poesia


* Il lapis del falegname / Manuel Rivas ; traduzione di Pino Cacucci. - Milano : Feltrinelli, 2004. - 143 p. - (Universale economica ; 1812). - ISBN: 8807818124

giovedì 5 giugno 2008

L'infanzia dorata e Ricordi familiari di E. Croce

L'infanzia dorata
Del resto tutto era di gusto più che discutibile nella sua bellissima e allegrissima stanza. Era un ex spogliatoio, ed aveva tutti i mobili verniciati di bianco, ed un numero eccessivo di specchi: sulla toeletta, a tre facce, e poi uno grande infisso nel muro. In quella stanza, si erano stratificati i cento gingilli che si collezionano dopo la Comunione e la personale biblioteca da cui, a poco a poco, coi vecchi libri scolastici, sarebbero scomparsi prima i libri per ragazzi, poi una parte dei meno presentabili, ma deliziosi romanzi per giovinette, finché si era riempita di romanzi moderni. Per i suoi diciotto anni aveva appunto avuto in dono da un amico, oltre alla Condition humaine di Malraux, l'Immoraliste, di Gide. Ed era parsa una investitura poter ricevere in dono libri simili, e lo aveva per anni tenuto da conto come un cimelio, quel Gide datole con speciale dedica da qualcuno per cui «aveva molto contato». Ma la freddezza aulica di quelle pagine, e il suo nessun interesse per l'incomprensibile martirio del personaggio femminile, le aveva impedito di arrivare sino in fondo. Verboso e noioso come D'Annunzio, aveva pensato, ma così dignitoso, elegante: era quello che importava. (p. 36-37)

Ricordi familiari
A tutte le ore, ed eventualmente tutti i giorni - perché spesso si trattenevano in una delle stanze della biblioteca per lavorare (il prestito a casa, fonte di distruzione delle biblioteche, non era ammesso) - venivano invece quei visitatori che rientravano nella categoria dei compagni di studi e di lavoro o in certo modo discepoli.(pp. 112-113)

Mio padre diresse le mie letture fin da quando avevo sei anni. Il primo libro che mi diede fu Marco Visconti. Credo che fosse l'edizione stessa ch'egli aveva avuto da bambino, così come il suo nome in scrittura chiara infantile portavano pochi altri dei libri ch'io lessi allora via via: la Capanna dello Zio Tom, le novelline del canonico Schmid. Non vi era programma, né sentimentalismo, ma un minimo di rituale nel farmi ripercorrere, benché senza nessuna insistenza, un curriculum di letture infantili ottocentesche. Mi furono dati due romanzi del D'Azeglio, e perfino Margherita Pusterla, ma si trovò perfettamente naturale - anche in omaggio alla giustizia estetica - che io non li leggessi per intero. Poi venne il periodo trionfale di Walter Scott. La biblioteca ne era poco provvista e allora fu chiamato in soccorso Fausto Nicolini, che mio padre ricordava dovesse possederne una buona scorta ereditata, e che comunque me ne procurò grandi pile. Quando arrivavano mio padre li misurava coll'occhio soddisfatto, e me li passava uno per uno come un dolciume personalmente sperimentato nell'età debita. Ma interrogato da me sul «qual'è il più bello» mi disse sempre, separando le responsabilità storico-letterarie dal criterio d'intrattenimento, che qualche bella pagina la ricordava solamente nella Prigione di Edimburgo, volume che non ci si riuscì mai a procurare. Per due o tre anni egli continuò a seguire il criterio di attingere ai ricordi delle sue letture infantili, mescolandovi via via quello che riteneva opportuno fosse letto in età ingenua. Quando venne il momento dei Tre moschettieri (avevo nove anni) ch'io divorai in tre giorni (più di un volume al giorno non mi fu concesso) mio padre mi guardava col compiacimento con cui si guarda una creatura che sta sperimentando un momento di felicità assicurata e indiscussa. Mi disse che aveva sempre avuto il rimpianto di non aver letto quel libro all'età giusta, cioè alla mia, e di non averne perciò potuto trarre tutto il godimento sublime che solo a quell'età, con quel libro, può raggiungere il suo culmine. Non fu del resto una felicità pedagogicamente improduttiva perché la brama rimasta in me di Dumas era così forte che per leggere il Conte di Montecristo, il solo altro romanzo di Dumas posseduto dalla nostra biblioteca (mio padre aveva una grande simpatia per Dumas padre, ma non riteneva fosse il caso di occupare spazio, il prezioso spazio delle scansie, con le sue opere) e posseduto solo in edizione francese, il francese lo imparai a leggere da sola, aprendomi così un nuovo vastissimo territorio di letture.
A questo punto vi fu nella mia carriera di lettrice un episodio che mi sconvolse. Andai a confessarmi da un padre gesuita che i nostri vicini (famiglie amiche, tutta gente di chiesa di quel tipo napoletano di un tempo che viveva nelle sacrestie come a casa propria, e che aveva in casa cappelle e celebrava cerimonie religiose domestiche: le credenze erano piene di meravigliose confetture, dolci conventuali, le ragazze avevano cassetti pieni di santini, fiori finti, cuori ricamati, e alcune erano per diventare e divennero suore) avevano vantato come ideale confessore di scolaretti. Interrogata sulle mie letture, citai con fierezza il mio classico, i Tre moschettieri. Sentii gridare: «è un ateo» e non ricordo cos'altro di fulminante: restai paralizzata. Tornando a casa, sotto la vergogna, mi bolliva in cuore la collera. Era un conflitto di autorità: mio padre avrebbe dunque potuto sbagliare dandomi quel libro? La cosa non era per me accettabile: istintivamente ogni altra autorità era per me pallidissima di fronte a quella paterna. E poi non avevo ancora letto Vent'anni dopo, ed ero letteralmente terrorizzata all'idea che avrei potuto privarmene. Raccontai, non so come, il triste episodio a casa. Dopo qualche giorno mio padre, che tra l'altro considerava la messa all'indice in odium auctoris dei romanzi di Dumas una vera ingiustizia dal punto di vista della chiesa, con aria compunta mi annunziò che per sollevarmi dai miei scrupoli aveva scritto ad un suo amico, il dotto e pio «vescovo di Cosenza», il quale gli aveva risposto assicurando che Dumas era innocuo e potevo benissimo leggere Vent'anni dopo. Questa finzione, recitata impeccabilmente, fu un vero provvidenziale, capolavoro pedagogico. Mi rese felice, a posto con la coscienza, in possesso del bene ambito. Sulla questione dell'educazione religiosa, del resto, mio padre aveva sempre avuto l'atteggiamento di chi lascia che la tradizione operi sin che può, e che il senso critico si svegli spontaneamente quando è il suo momento. [...] Verso i dodici anni cominciai a contrattare e combattere: avevo cominciato a familiarizzarmi coi nomi dei grandi classici, e volevo leggere questo e quello. Mi venivano contesi con dolcezza - mio padre aveva un modo di dichiararmi che l'avrei «apprezzato meglio più tardi» che non urtava alcuna mia suscettibilità - ma con fermezza; con appello al mio onore, sicché non lessi mai un libro di nascosto. L'unico era stato, verso i nove anni, un Salgari - autore vietato perché sgrammaticato - fonte di delizie piene di rimorsi. Malgrado queste cautele, tutte le volte che m'interrogavano sulle mie letture gli amici alzavano le braccia al cielo: «cosa le ha fatto leggere!». In realtà il criterio poteva essere arrischiato, ma era di un liberalismo pieno di rigore, ed estremamente ricco di considerazione per quella che è la fragilità e la robustezza di una testa adolescente; quando ripenso a quegli anni, alle ore passate sul tappeto nello studio di mio padre a divorare libri, mi sorprendo ancora nello scoprire quanta capacità egli avesse di comunicare con un'anima infantile, di capirne i gusti, lui che non aveva mai avuto intorno a sé dei ragazzi. E credo che se ho avuto qualche cosiddetta base di cultura, questa s'è fatta proprio allora, con quelle infinite letture di romanzi alternate, via via, in armonia con l'età, a quelle dei poeti. Altro di più 'istruttivo' non si tentò mai di darmi: dovetti chiederlo da me quando col liceo e poi con l'Università mi fu necessario conoscere alcune opere preliminari filosofiche e storiche.
Le proteste degli amici per le mie letture inadatte avevano del resto il risultato di farmi sentire piacevolmente complice di mio padre. Tutta la mia infanzia e adolescenza hanno avuto tra le consuetudini più costanti questa richiesta di libri: mio padre si arrampicava sulle leggerissime scalette - lui che, miope e con una gamba due volte fratturata, aveva il passo abbastanza esitante, era veramente spericolato quando si trattava di scale di biblioteca, sulle quali saliva e scendeva con noncuranza - e riportava sempre qualcosa. Col tempo io avevo imparato a puntare su determinate file i miei desiderii, ma in alcuni casi mi toccò aspettare a lungo: alcuni libri venivano fermamente lasciati al loro posto. Stendhal sì, Flaubert per un pezzo no, salvo Un coeur simple. Balzac a volontà. Anche molti libri mediocri: Jean Christophe mi fu concesso col patto che avrei saltato un volume troppo ardito; si dava sempre piena fiducia alla mia lealtà. Tolstoj tutto salvo Resurrezione. E Dostoevskij e tutti i russi e tutto il romanzo vittoriano. Anche Maupassant per un certo tempo mi fu dato con selezione di singole novelle. Ma si era giunti, e abbastanza presto, al momento di leggere tutto, salvo i classici dell'arditezza, sconsigliati non per motivi morali, ma per una norma di discrezione. In tutte queste letture il presupposto della scelta era sempre il giudizio estetico; ma se non si transigeva sulla questione di valore, c'era la più larga considerazione delle esigenze di intrattenimento, di curiosità storica e di costume. Del resto, benché ci si lasciasse sempre parlare liberamente, non si trattavano con indulgenza le sciocchezze, ma si cercava sempre di intendere le esigenze che si nascondevano dietro le predilezioni e gusti un po' ingenui. E malgrado questa liberalità il giudizio critico, tanto più perché non imposto, diventava articolo di fede: mi sarebbe piaciuto Pascoli, verso gli 11 o 12 anni, ma sapevo che ciò che in esso allora mi attirava rappresentava un gusto al quale non ci si poteva abbandonare. (pp. 136-141)

L'infanzia dorata e Ricordi familiari / Elena Croce. - Nuova ed. - Milano : Adelphi, c1979. - 164 p. ; 22 cm. - (Biblioteca Adelphi ; 6)

venerdì 30 maggio 2008

Un bambino prodigio, di I. Némirovsky

Ma, quando soffiava il vento del nord, fustigando la campagna con le sue raffiche e le sue tempeste di neve, Ismaele si rifugiava nel castello. Aveva ottenuto dal fattore la chiave della biblioteca; era una stanza dal soffitto basso, piena di libri e di grandi divani di cuoio nero; si rincantucciava in una poltrona vicino alla stufa che ronfava dolcemente; in ciascun angolo, su un basamento, c'era un busto di marmo dai tratti calmi, gli occhi vuoti. Ismaele leggeva. Sui vetri, la neve tracciava disegni di foreste meravigliose, merletti complicati, piante e fiori di sogno; niente era comparabile a quella dolcezza, al silenzio di quella stanza chiusa in cui vivevano i libri.
Ismaele leggeva come ci si ubriaca; emergeva dalle sue letture con la testa in fiamme, turbato, stordito, come svegliato all'improvviso nel mezzo di un sogno. C'erano poesie che non poteva ripetere senza piangere e altre che lo riempivano di un sentimento simile al terrore. E quando si ricordava delle sue canzoni, gli sembravano così miserevoli, così goffe, così rozze e stupide che si sentiva infinitivamente vergognoso, umiliato e infelice. Tentava di perseverare, di imitare tutti quei poeti dalla voce d'oro, ma uno scoraggiamento infinito si impadroniva di lui; le parole, che un tempo catturava come docili uccelli, volavano via, lntano da lui, diventavano nemiche e piene di mistero ostile. Tutte quelle rime precise, quel ritmo di cui «loro» si servivavno con agio come di uno strumento facile e sicuro, quella capacità che, da un semplice accostamento di parole, creava una melodia particolare, mille volte più ricca e più varia della musica, tutto questo lo schiacciava, povero ragazzo, gli faceva venire lacrime di rabbia, di imptenza e di disperazione. Non capiva come la principessa e il barin avessero potuto ascoltare senza ridere le sue strofe barbare, con le loro assonanze primitive, le loro perifrasi rozze, le immagini crude; non si rendeva conto del fascino che aveva per quelle persone disincantate la sua poesia spontanea di bambino prodigio.
Rifiutava con disgusto l'arte popolare che lo aveva ispirato senza che lui se ne rendesse conto; si sforzava di imitare Puškin, Lermontov, gli stranieri, gli antichi, e naturalmente non ci riusciva e si dibatteva tra le rime ribelli come un folle che volesse suonare le melodie di Wagner con uno zufolo. Allora si mise a leggere opere di critica, di metrica, immaginandosi nella sua semplicità che la poesia si possa imparare, come la matematica, a forza di applicazione e di buona volontà. Fu il disastro. Vide che, in nome di leggi che lui comprendeva meno del cinese, gli uni condannavano quello che altri approvavano; si smarrì nella foresta inestricabile dei giudizi letterari; perse completamente la testa; mio Dio! era dunque necessario rispondere a tante obiezioni quando si scriveva, soddisfare tante esigenze molteplici e contraddittorie! Poi, per sua sfortuna, si mise a leggere i libri eruditi in cui si analizza l'azione dello scrivere, tutti i meccanismi complessi del processo della creazione; e, allora, si trovò nella situazione di chi, nel momento in cui sta per compiere un gesto insignificante, volesse ricercare tutte le minime componenti della sua volontà di agire e restava inebetito, sconcertato di fronte al suo foglio di carta ostinatamente bianco. Allora alzava gli occhi, vedeva davanti a sé la distanza della campagna e scappava lontano dalla scienza degli uomini. (pp. 48-50)

Un bambino prodigio / Irène Némirovsky ; prefazione di Elisabeth Gille ; traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann. - 2. ed. - Firenze : Giuntina, 2007. - 65 p. - (Schulim Vogelmann ; 54). - ISBN: 9788880570189