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mercoledì 9 maggio 2018

I piccoli maestri, di Luigi Meneghello

"Io e Lelio andammo alla bibliotechina di tarquinia a cambiare i libri. C'era un ritratto del Re Imperatore sul muro, a sinistra un ritratto di D'Annunzio, dall'altra parte un riquadro sbiancato, nel posto dove era stato il Duce. Lelio montò su una sedia, tirò giù il Re Imperatore e lo appoggiò al muro, per terra; poi allungò le mani per prendere D'Annunzio. La signora bibliotecaria arrossì violentemente e disse: "Eh no, perbacco, quello no: quello è D'Annunzio!". Lelio disse: "Appunto", e lo mise al muro vicino al suo Re. La bibliotecaria stava per mettersi a piangere, mormorava: "Ma è il poeta della terza Italia", o quarta che fosse; ma noi inflessibilmente li passammo tutti e due per le scarpe. Lelio si mise a guardare il crocifisso che era restato solo sopra ai tre riquadri sbiancati. La bibliotecaria sbiancò anche lei. Dopo un po' lelio distolse lo sguardo dal crocifisso, e la bibliotecaria ridiventò rossa, e ci cambiò i libri. Mancava il verde."

L. Meneghello, I piccoli maestri, Milano 1986, p. 20

domenica 25 ottobre 2015

Eureka Street, di R. McLiam Wilson

"Gli piaceva pensare alle schiere di ragazze di Belfast che recavano tra le cosce la scritta invisibile:

Chuckie è stato qui:
furono brevi istanti memorabili.

Gran parte dei suoi trent'anni erano stati dedicati alla ricerca di quegli incontri erotici. Inizialmente aveva passato un sacco di tempo a setacciare la città in cerca di sesso, vagando dappertutto in cerca di una voluttà a due. L'aveva trovata nella sala di lettura color limone della Central Library, la biblioteca di Belfast, insieme a una ragazza che si preparava per la seconda volta all'esame di diploma del College of Business Studie. Nascosto dietro ai venti tomi della raccolta completa dei discorsi di Winston Churchill, Chuckie aveva raggiunto il suo ventottesimo orgasmo, il primo per mano non sua".


* Eureka Street / Robert McLiam Wilson ; traduzione di Lucia Olivieri. - Roma : Fazi, 1999. - 382 p. - (Fazi Tascabili ; 18). - ISBN: 888112338X

venerdì 11 settembre 2015

La figlia del tempo, di J. Tey

"Il libro era accompagnato da un biglietto, scritto nella grafia grande e frettolosa di Marta su carta da lettere rigida e costosissima.

Sono costretta a mandartelo invece di portartelo. Non ho un minuto libero. Credo di aver quasi convinto M. M. a scrivermi il dramma sulla Blessington. Niente T. Moro in nessuna delle librerie, così ho tentato alla Biblioteca Pubblica. Chissà perché nessuno pensa mai alle B. P. Forse è il timore che i libri siano ammuffiti e polverosi. Questo qui mi sembra bello pulito. Hai quindici giorni di tempo. Sembra più una sentenza che un prestito. Mi auguro che questo interesse per il Gobbo significhi che gli aculei pungono un po' meno.
A prestissimo,
Marta
"

* La figlia del tempo / Josephine Tey ; traduzione di Hilia Brinis ; introduzione di P.D. James. - Milano : A. Mondadori, 2012. - 179 p. - (Oscar scrittori moderni ; 2033). - ISBN: 9788804618942

martedì 11 agosto 2015

Valentino, di N. Ginzburg

"Non c'era molti uomini intorno a Giulia, pensava mia madre perplessa. A volte qualche giovanotto la corteggiava, la faceva ballare per una o due sere, le sedeva vicino e provava a conversare con lei. Ma con Giulia non era facile conversare. Una stretta di spalle, uno sbatter di ciglia, un sorriso: ecco le sue risposte. Del resto di che cosa poteva conversare, povera figlia? Non aveva cultura. Non leggeva romanzi e ai concerti s'addormentava. Allora mia madre cercava di colmare il silenzio di Giulia conversando lei stessa: mia madre si teneva al corrente di tutta l'arte e la letteratura moderna, era abbonata a una biblioteca circolante e anche a Dronero riceveva libri per posta. E non c'era un fatto culturale o politico che sfuggisse all'attenzione di mia madre. Aveva un'opinione su ogni cosa. Pure quei giovanotti restavano accanto a Giulia una sera, due sere; poi se la squagliavano e mia madre li vedeva, in distanza, chiacchierare e ballare con altre ragazze. Ma Giulia non pareva rattristarsene. Sedeva tranquilla, ferma, con le gambe raccolte sotto la gonna e le dita intrecciate, e sulle labbra quel suo sorriso sciocco." (pp. 84-85)


* Valentino ; La madre ; Sagittario / Natalia Ginzburg. - Nuova ed. / a cura di Domenico Scarpa. - Torino : Einaudi, 2011. - 171 p. ; 19 cm. - (ET ; 1681). - ISBN 9788806205447

sabato 25 luglio 2015

Un'altra notte a Brooklyn, di L. Block

"Rimasi ad ascoltarla mentre tramortiva a suon di moine un impiegato dell'ufficio del procuratore distrettuale di Brooklyn, poi le lasciai un elenco di persone da chiamare e andai in biblioteca. Non aveva bisogno di un supervisore, era un'attrice nata.
In biblioteca ripresi il lavoro cominciato la mattina precedente, analizzando sei mesi di microfilm del New York Times. Non cercavo i rapimenti, non mi aspettavo di trovare niente del genere. Infatti, ipotizzavo che avessero occasionalmente acciuffato qualcuna per strada senza che nessuno assistesse al fatto, o almeno senza che la cosa venisse denunciata. Cercavo vittime ritrovate morte nei parchi o nei vicoli, specialmente vittime che avessero subito violenze sessuali e mutilazioni, in particolare smembramenti.
Sussisteva il problema che certi particolari in genere non finivano sui giornali. Fa parte del protocollo standard della polizia non rivelare dettagli specifici di mutilazioni, allo scopo di risparmiarsi una serie di scocciature come confessioni fasulle, delinquenti imitatori, falsi testimoni. Per parte loro, i giornali tendono a risparmiare ai lettori i particolari più icastici. Quando la notizia va in stampa, non è facile capire cosa sia successo davvero.
Qualche anno fa c'era un maniaco sessuale che uccideva i ragazzini del Lower East Side. Li attirava sui tetti, li pugnalava o strangolava e amputava loro il pene per poi portarselo via. La cosa durò talmente a lungo da indurre gli agenti che indagavano sul caso a inventarsi un nome per il maniaco: Charlie Taglione.
Com'era ovvio, anche i giornalisti di nera lo chiamavano così, ma non sulla carta stampa. Nessun quotidiano di New York avrebbe mai offerto ai lettori quel piccolo dettaglio e nessuno avrebbe usato il soprannome senza che il lettore si facesse un'idea piuttosto chiara di quel che veniva tagliato. Così non gli attribuirono nessun nome e si limitarono a raccontare che l'assassino aveva mutilato o sfigurato le sue vittime, il che poteva significare qualunque cosa, dallo sventramento rituale a un brutto taglio di capelli.
Al giorno d'oggi probabilmente sarebbero meno accorti.
Una volta preso il via, riuscii a scorrere la settimana con una certa rapidità. Non avevo bisogno di esaminare il giornale per intero, mi bastava la cronaca cittadina, dove si concentravano le notizie sui crimini locali. A farmi perdere più tempo era la solita tendenza di cui cado vittima nelle biblioteche, cioè quella a farmi sviare da qualcosa di interessante che non ha niente a che fare con il motivo per cui mi trovo lì. Fortuna vuole che il Times non pubblichi le vignette. Altrimenti avrei dovuto lottare con la tentazione di godermi sei mesi di Doonesbury.
Lasciai la biblioteca con mezza dozzina di casi possibili annotati sul taccuino." (pp. 134-136)

* Un'altra notte a Brooklyn / Lawrence Block ; traduzione Simona Fefè. - Palermo : Sellerio, 2013. - 435 p. - (La memoria ; 930). - ISBN: 8838930597

lunedì 22 giugno 2015

Funny girl, di N. Hornby


CONVOCAZIONI DELLA SETTIMANA PROSSIMA
SHAFTESBURY - Our man Crichton. Kenneth More, Millicent Martin, George Benson, David Kernan, Dilys Watling, Anna Barry, Eunice Black, Glyn Worsnip, Patricia Lambert (Delfont/Lewis/Arnold)


A chi, di preciso, era rivolta la convocazione per la settimana prossima? Di certo non a Kenneth More, Millicent Martin e tutti gli altri. Loro sapevano già che sarebbero apparsi in uno spettacolo del West End. Era rivolta a Barbara, o a ragazze come lei? E se mai quegli inviti misteriosi fossero stati indirizzati a lei, come faceva a sapere in che modo rispondere? Non c'erano date, né orari, né descrizioni del lavoro. Per molti spettacoli erano richieste delle soubrette, ma lei non sapeva che cosa fosse una soubrette, e non aveva un dizionario, e non sapeva dove fosse la biblioteca più vicina.

* Funny girl / Nick Hornby. - Milano : Guanda, 2014. - 373 p. - (Narratori della Fenice). - ISBN: 9788823509535

lunedì 15 giugno 2015

Le ore, di M. Cunningham

"Laura guarda il suo bambino, che la fissa con nervosismo, con sospetto, con adorazione. È soprattutto stanca: più di ogni altra cosa, vuole ritornare a letto e al suo libro. Il mondo, questo mondo, sembra improvvisamente stordito e striminzito, lontano da tutto. C'è il calore che cade pesante su strade e case; c'è la singola fila di negozi a cui ci si riferisce qui come al "centro". Ci sono il supermarket e l'emporio e la lavanderia a secco; ci sono il salone di bellezza e la cartoleria e il negozio supereconomico; c'è la biblioteca a un piano con gli stucchi, i giornali con le stecche di legno e gli scaffali di libri addormentati" (pp. 85-86)



Le ore / Michael Cunningham ; traduzione di Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 1999. - 169 p. - (Narratori stranieri Bompiani). - ISBN: 8845240975

mercoledì 3 giugno 2015

Danny l'eletto, di C. Potok

Mi parve che si trovasse in uno stato d'animo strano, meditabondo. Cominciavo a sentirmi a disagio. «Leggo parecchio,» proseguì. «Circa sette o otto libri alla settimana oltre a quelli per la scuola. Hai mai letto Darwin o Huxley?»
«Ho letto qualcosa di Darwin,» risposi.
«Io vado a leggere in biblioteca, così mio padre non lo sa. È molto rigido per quanto riguarda le mie letture.»
«Leggi dei libri sull'evoluzione e su argomenti del genere?»
«Leggo tutti quelli su cui riesco a mettere le mani, purché siano buoni. Adesso sto leggendo Hemingway. Ne avrai sentito parlare, di Hemingway, eh?»
«Si capisce.»
«Hai letto nulla di suo?»
«Qualche racconto.»
«Io ho finito Addio alle armi la settimana scorsa. È un grande scrittore. Il romanzo tratta della prima guerra mondiale. C'è un americano che combatte nell'esercito italiano. Sposa un'infermiera inglese. Solo che non la sposa davvero: vivono insieme, e lei rimane incinta e lui diserta. Scappano in Svizzera, e lei muore di parto.»
«Non l'ho letto.»
«Hemingway è un grande scrittore. Ma quando lo leggi ti si presentano una quantità di domande. In un brano del libro ci sono delle formiche che rischiano di bruciare su un pezzo di legno. Il protagonista, questo americano, sta a guardarle, e invece di togliere il pezzo di legno dal fuoco e di metterle in salvo, butta dell'acqua sul fuoco. L'acqua diventa vapore che uccide alcune formiche, e le altre muoiono bruciate sul pezzo di legno oppure cadono nelle fiamme. È un brano magnifico. Dimostra quanto si possa esser crudeli.»
Mentre parlava, Danny non distoglieva lo sguardo dalla finestra. Ebbi una mezza idea che parlasse più a se stesso che a me.
«Sono talmente stufo di studiare il Talmud e sempre il Talmud. È roba fritta e rifritta, e alla lunga finisce col diventare abbastanza noioso. Ecco perché leggo qualsiasi cosa mi riesca di arraffare. Ma leggo unicamente quello che val la pena di leggere, stando al giudizio della bibliotecaria. In biblioteca ho incontrato un tale che si è messo a suggerirmi le letture indicate. Buffa, quella bibliotecaria: è un'ottima donna, ma non mi toglie un momento gli occhi di dosso. Probabilmente si domanda a che scopo un ragazzo come me legga tutti quei libri.»
«Quasi quasi me lo domando anch'io.»
«Il perché te l'ho detto. Mi annoia studiare soltanto il Talmud. E in fondo l'inglese che facciamo in classe non mi appassiona gran che. Credo che gli insegnanti d'inglese abbiano paura di mio padre. Hanno paura di perdere il posto se dicono qualcosa che stimoli troppo la mente o la fantasia o l'entusiasmo. Chissà. Ma è eccitante, poter leggere tutti quei libri.» (pp. 105-107)

[...] «Ecco mio padre,» dissi alzandomi in fretta.
Mio padre era uscito dall'ascensore in fondo al corridoio e stava dirigendosi verso la corsia oculistica. Mi preparavo a chiamarlo presso di noi, ma quando fu arrivato a pochi passi dall'ingresso della corsia ci vide. Se provò meraviglia nel vedermi insieme a Danny, non la lasciò trasparire. Il suo viso non cambiò espressione. Invece, man mano che lui si avvicinava a noi, notai che la fisionomia di Danny si alterava radicalmente, passando dalla curiosità allo sbigottimento e alla confusione. Compresi ch'era nervoso e agitato, ma non ebbi il tempo di riflettere sul motivo di quel cambiamento, perché mio padre era già davanti a noi e ci stava osservando. Portava il vestito grigio scuro con la giacca a doppio petto e il cappello grigio. Era parecchio più basso di Danny e poco più basso di me, e aveva la faccia ancora pallida e stanca. Appariva trafelato, e teneva il fazzoletto nella destra.
«Ho fatto tardi,» disse. «Temevo che non mi lasciassero passare.» Aveva la voce fievole e rauca. «Abbiamo avuto una riunione di facoltà. Come stai, Reuven?»
«Benissimo, abba.»
«Ti è permesso di trattenerti nel corridoio a quest'ora?»
«Ma sì, abba. Quell'uomo che ha il letto accanto al mio si è sentito male all'improvviso e non volevamo disturbarlo. Abba, ti presento Danny Saunders.»
Vidi un tenue sorriso spuntargli agli angoli delle labbra. Salutò Danny con un cenno del capo.
«Danny, questo è mio padre.»
Danny tacque. Rimase immobile, senza distogliere lo sguardo da mio padre, e vidi che questi lo scrutava attraverso le lenti cerchiate di metallo, sempre con quel mezzo sorriso fluttuante sulle labbra.
«Non sapevo...» cominciò Danny, e s'interruppe.
Durante un lungo minuto di silenzio Danny e mio padre continuarono a guardarsi, mentre io li fissavo tutti e due, e nessuno di noi disse nulla.
Fu mio padre a rompere finalmente il silenzio. Lo fece con delicatezza, con un pacato calore nella voce. Disse: «Dunque, Danny, ho sentito che giochi a baseball oltre a leggere un libro dopo l'altro. Spero che tu non tratti i libri con la stessa violenza con cui ti butti sulle palle da baseball.»
Ora fui io a restare sbalordito. «Conoscevi già Danny?»
«In un certo senso,» rispose mio padre, sorridendo apertamente.
«Non... non avevo idea...» balbettò Danny.
«Come potevi averla?» chiese mio padre. «Non ti ho mai detto il mio nome.»
«E lei ha sempre saputo chi ero?»
«L'ho saputo soltanto dopo la seconda settimana, chiedendo informazioni alla bibliotecaria. Una volta facesti la domanda di abbonamento, ma non hai mai ritirato la tessera.»
«Avevo paura.»
«Me n'ero accorto,» disse mio padre.
Compresi a un tratto ch'era sempre stato lui a consigliare a Danny i libri da leggere. Era mio padre, quel tale che Danny trovava in biblioteca.
«Ma non me l'avevi mai detto!» esclamai.
Mio padre mi guardò. «Cos'è che non ti avevo mai detto?»
«Non mi avevi mai detto che vedevi Danny in biblioteca. Non mi avevi mai detto che gli davi dei libri da leggere.»
Lui portò lo sguardo su Danny, poi lo riportò su di me. «Ah,» disse, «capisco che sai già la storia di Danny e della biblioteca.»
«Gliel'ho raccontata io,» interloquì Danny. La sua tensione nervosa cominciava a allentarsi un tantino, e l'aria di stupore gli era scomparsa dal viso.
«E per quale motivo avrei dovuto dirtelo?» riprese mio padre. «Un ragazzo mi si rivolge perché lo consigli sulle sue letture. Cos'altro resta da aggiungere?»
«Ma in tutta la settimana, anche dopo l'incidente, non hai mai detto una parola.»
«Non giudicavo spettasse a me informartene,» rispose tranquillamente mio padre. «Un ragazzo arriva in biblioteca, sale al secondo piano, entra nel reparto dei periodici, si guarda cautamente intorno, trova un tavolo dietro uno scaffale dov'è difficile che qualcuno lo noti e si mette a sedere per leggere. Certi giorni ci sono anch'io, lui mi avvicina, si scusa d'interrompere il mio lavoro e mi domanda se posso consigliargli un libro. Lui non conosce me, io non conosco lui. Gli chiedo se gli interessa la letteratura o la scienza, e mi risponde che gli interessa tutto quanto vale la pena di esser letto. Gli suggerisco un libro, e due ore dopo me lo vedo tornare davanti, mi ringrazia e mi annuncia che ha finito di leggerlo: c'è qualcos'altro che potrei raccomandargli? Rimango leggermente meravigliato, discutiamo il libro per un po' di tempo, e constato che non solo lo ha letto e capito, ma addirittura imparato a memoria. Quindi gliene do da leggere un altro, un libro un tantino più difficile, e si verifica lo stesso fenomeno. Il ragazzo legge il libro fino in fondo, torna da me, e discutiamo anche questo. Una volta gli chiedo come si chiama, ma mi accorgo che s'innervosisce e mi affretto a cambiar discorso. Poi interrogo la bibliotecaria sul conto suo, e allora mi spiego ogni cosa, perché ho già sentito parlare del figlio del rabbino Saunders. Gli interessa molto la psicologia, lui mi dice. E perciò gli consiglio altri libri. Sono ormai quasi due mesi che gli segnalo letture adatte, non è vero, Danny? Credi proprio che avrei dovuto informartene, Reuven? Toccava a Danny informarti, se voleva, non a me.»
Mio padre ebbe un breve accesso di tosse e si asciugò le labbra col fazzoletto. Tacemmo tutti e tre per alcuni momenti. Danny teneva le mani in tasca e guardava il pavimento. Io stavo ancora cercando di riavermi dalla sorpresa.
«Le sono riconoscentissimo, professor Malter,» disse Danny. «Di tutto quanto.»
«Non hai motivo di essermi riconoscente, Danny. Mi chiedevi dei libri, e io te li segnalavo. Presto sarai in grado di scegliere da solo le tue letture e non avrai bisogno dei consigli di nessuno. Se continuerai a venire in biblioteca, t'insegnerò a consultare le bibliografie.»
«Ci tornerò,» disse Danny. «Si capisce che ci tornerò.»

In verità sono moltissime le pagine dedicate alla biblioteca, luogo davvero centrale di questo romanzo. Mi sono limitata a citare le prime pagine in cui Potok ne parla.

* Danny l'eletto / Chaim Potok. - Milano : Garzanti, 1998. - 357 p. - (Gli elefanti ; 600). - ISBN: 881166831x

mercoledì 27 maggio 2015

Sopravvivere e vivere, di D. Epstein

E' stato allora che lei ha cominciato a cercare negli archivi i testi di sua madre?
Dovevamo ritrovare assolutamente ogni scritto di nostra madre, così ho cominciato a passare al setaccio gli archivi della Bibliothèque nationale. Era insieme doloroso e stupendo. Doloroso quand'ero costretta a sfogliare una rivista antisemita chiedendomi come mia madre avesse potuto scrivere per un giornale qual era «Gringoire», per esempio, anche se vi comparivano tutti i grandi nomi dell'epoca... Stupendo quando scoprivo testi che ignoravo. È stato così che ho ritrovato Le Maître des âmes, pubblicato a puntate col titolo Les Échelles du Levant. Ogni sera riferivo trionfalmente le mie scoperte a Élisabeth, e forte era l'emozione quando ritrovavo delle interviste. In quei casi avevamo direttamente le parole di nostra madre! Poi veniva il lavoro di trascrizione delle fotocopie, e Le Mirador prendeva forma!

* Sopravvivere e vivere : conversazioni con Clémence Boulouque / Denise Epstein ; traduzione di Francesco Bergamasco. - Milano : Adelphi, 2010. - 181 p. - (Piccola biblioteca Adelphi ; 600). - ISBN: 9788845924927

lunedì 11 maggio 2015

Il posto, di A. Ernaux

"Una domenica, dopo la messa, avevo dodici anni, sono salita con mio padre lungo la grande scalinata del municipio. Abbiamo cercato l'ingresso della biblioteca comunale. Non ci eravamo mai andati. Per me era una festa. Da dietro la porta non proveniva alcun rumore. Tuttavia mio padre l'ha spinta. Dentro c'era un gran silenzio, ancor più che in chiesa, il parquet scricchiolava e soprattutto c'era quell'odore strano, antico. Due uomini ci osservavano da dietro il bancone molto alto che sbarrava l'accesso agli scaffali. Ci siamo avvicinati, mio padre mi ha lasciato dire: «Vorremmo prendere in prestito dei libri». Uno dei due uomini, subito: «Che libri cercate?». A casa non avevamo pensato che ci sarebbe stato bisogno di sapere in anticipo cosa si voleva, essere capaci di citare agevolmente titoli come marche di biscotti. Hanno scelto loro al posto nostro, Colomba per me e un romanzo leggero di Maupassant per mio padre. Alla biblioteca non siamo più ritornati. È stata mia madre a restituire i libri, forse, in ritardo." (pp. 104-105)

* Il posto / Annie Ernaux ; traduzione di Lorenzo Flabbi. - Roma : L'orma, 2014. - 114 p. - (Kreuzville Aleph). - ISBN: 9788898038152

venerdì 8 maggio 2015

Ritratti di senzatetto con libro, di F. Hoffmann

Un quinto degli homeless americani vive in California. Molte biblioteche pubbliche hanno aperto loro le porte: perché questi luoghi, come dice l'assistente sociale della San Francisco Public Library, “sono gli ultimi bastioni della democrazia"

Di recente, sono andato alla biblioteca di Sacramento, e sono rimasto sorpreso dal numero elevato di senzatetto che la frequentano. Vederli in quello spazio pervaso dalla quiete, presi da media tradizionali, mi ha fatto riflettere sulla differenza fra loro e la gran parte della società, che resta connessa ai mezzi di comunicazioni digitali 24 ore su 24. Ho deciso di intraprendere questo progetto per provare a cambiare le mie abitudini, la mia prospettiva, e imparare a osservare, ad ascoltare e a comprendere quest'oasi di tranquillità. Vivere senza fissa dimora il più delle volte significa essere tagliati fuori dalla rete di informazioni e connessioni che offre internet. Le biblioteche pubbliche offrono ai senzatetto il modo di connettersi. Molti di loro affermano che leggere un libro o consultare i giornali permette loro di alleggerire le difficoltà di vivere in strada. Nel 2010, il governo degli Stati Uniti si è fissato l'obiettivo di mettere fine al problema dei senzatetto entro il 2015. Il loro numero è diminuito, ma in America esistono ancora circa 570.000 persone che vivono in strada, e un quinto di loro vive in California. Le biblioteche cittadine offrono loro rifugio durante il giorno. La San Francisco Public Library ha affrontato il problema in maniera diretta: è la prima biblioteca del paese ad aver assunto nello staff un'assistente sociale a pieno servizio, Leah Esguerra. “Le biblioteche sono gli ultimi bastioni della democrazia", dice Leah. Questi ritratti di senzatetto sono stati scattati alle biblioteche pubbliche di Sacramento, San Jose e San Francisco, in California. Voglio ringraziare i frequentatori di queste biblioteche per aver condiviso con me le loro storie, e i bibliotecari per tener aperte loro le porte di queste istituzioni.

Per vedere le foto, che sono straordinarie: http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2015/05/06/foto/la_biblioteca_dei_senzatetto-2581402/1/#media

venerdì 17 aprile 2015

Il tesoro della scogliera, di Laura E. Williams

"Trovarono zia Bea(1) che dipingeva su una grande tela nella sua stanza. Fino a quel momento il quadro sembrava solo pieno di cerchi rossi, arancione e viola. Ma Jen sapeva che sua zia li avrebbe trasformati in un tramonto luminoso o in uno splendido fiore appena sbocciato.
- Certo - disse zia Bea non appena Luke le ebbe spiegato che cosa volevano sapere. - Ci sono leggende su un tesoro nascosto in molte piccole città. Ma qui a Mystic non ho mai sentito niente del genere...
- Non c'è qualche libro che potremmo leggere sull'argomento? - insistette Jen.
Zia Bea riflettè per un attimo poi disse: - C'è un vecchio volume chiamato Storie e leggende di Mystic. Quello è l'unico testo dove ho trovato scritto qualcosa riguardo a un tesoro... Ma non credo che sia molto attendibile -. Poi abbassò di nuovo lo sguardo e mentre i ragazzi si allontanavano aggiunse: - Buona caccia!
- Dobbiamo andare in biblioteca a cercare quel libro. Magari ci darà qualche indizio per risolvere l'indovinello di Natale - osservò Jen, pensierosa mentre uscivano dalla stanza.
[...]
Nessuno dei tre ragazzi era ansioso di uscire sotto la pioggia battente, ma una volta fuori si accorsero che, se camminavano alla svelta, non faceva poi così freddo.
Presero delle scorciatoie e nel giro di venti minuti erano quasi arrivati alla biblioteca del paese.
Kate fece un cenno con la testa a Jen. - Non voltarti - disse sottovoce. - Ma qualcuno ci sta seguendo.
Jen si fermò a guardare con indifferenza la vetrina di un negozio e lanciò un'occhiata furtiva dietro di sé. C'era davvero qualcuno! Sembrava un uomo, ma non poteva esserne sicura senza guardarlo più attentamente e non voleva certo farsi scoprire. Mentre continuavano per la loro strada, Jen si voltò ancora due volte e la persona con l'impermeabile grigio era sempre là, dietro di loro, che li seguiva.
Si affrettarono verso la biblioteca, e quando Jen guardò per l'ultima volta prima di entrare, la figura grigia era ferma in mezzo alla strada, che fingeva di allacciarsi le scarpe. Sentendo un brivido salirle per la schiena, Jen raggiunse Luke e Karen all'interno della biblioteca.
Cercarono per un po' fra i libri della sezione dedicata a Mystic e alla fine trovarono il volume nell'angolo impolverato di uno scaffale.
- Non credo che nessuno abbia mai tirato fuori questo libro - osservò Karen, starnutendo per la polvere.
Reggendo il vecchio libro con la punta delle dita, Luke lo sfogliò rapidamente e in poco tempo trovò il passo che riguardava il tesoro.
- Sentite qui - lesse ad alta voce . - Ancora oggi circola la leggenda di un fantasma che spegneva le lanterne della torre del faro. Nelle notti buie, senza la luce del faro a far loro da guida, le navi si schiantavano contro le rocce, abbandonando i loro tesori nelle fauci affamate del mare. La leggenda vuole che il Fantasma del Faro Spento recuperasse i tesori dal mare e li nascondesse da qualche parte nel faro.
- Così esiste davvero il Fantasma del Faro! - esclamò Jen.
- E forse anche il tesoro! - aggiunse Luke, richiudendo il libro e riponendolo sullo scaffale." (pp. 65-69)

(1)"La zia era una vera esperta in tutte le leggende e le tradizioni che riguardavano la cittadina e i suoi dintorni. Era stata per molti anni la bibliotecaria della città e, anche se diceva di aver dimenticato la maggior parte delle cose, Luke era convinto che fosse una specie di enciclopedia vivente" (p. 14)

* Il tesoro della scogliera / Laura E. Williams ; illustrazioni di Federico Bertolucci ; traduzione di Eugenia Dami. - Casale Monferrato : Piemme, 2005. - 134 p. - (I misteri del faro ; 1). - ISBN: 8838432457

martedì 31 marzo 2015

Istante propizio, 1855, di P. Ourednik

"Nella Casa comune c'è anche uno scaffale sul quale con il gesso è scritto Biblioteca. Ci sono vari libri, soprattutto francesi, La nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, il Viaggio di Icaria di Eugène Cabet in due tomi, L'anno 2440 di Sèbastien Mercier, l'edizione rilegata del settimanale Al riparo, un romanzo privo d'autore intitolato Amo e sono stato amato, manuali di agricoltura e altri libri. Ci sono tre o quattro libri in tedesco e uno in italiano, Anarchici: il punto di vista di un medico psichiatra del Dott. Cesaro Lombardio. All'inizio Giacomo aveva aggiunto anche il suo dizionario enciclopedico in tre volumi, ma quando se n'è perso uno si è ripreso gli altri due."

* Istante propizio, 1855 / Patrik Ourednik. - Palermo : duepunti, 2007. - 134 p. - (Terrain vague ; 11). - ISBN: 9788889987049

venerdì 8 novembre 2013

Alphabet of Books, di T. Gauld

TOM GAULD
Alphabet of Books, 2012
Ink on paper
11 " x 8"
fonte: Neil Gaiman

mercoledì 2 ottobre 2013

La commedia umana, di W. Saroyan

Entrando in biblioteca, i due bambini trovarono un'atmosfera di silenzio profondo e solenne, come se il funerale fosse ancora in corso. C'erano vecchi che leggevano il giornale. Pensatori del posto chini sui loro libroni. Studenti alle prese con le loro ricerche. Tutti in silenzio, ansiosi di sapere, con i libri davanti. In piena concentrazione. Lionel non si limitava a sussurrare, camminava in punta di piedi. Lo faceva per rispetto dei libri, più che dei lettori. Ulysses lo seguiva, anche lui in punta di piedi, e insieme esploravano la biblioteca, ciascuno a caccia dei suoi tesori, Lionel - libri - Ulysses - gente. Lionel non li leggeva, i libri, e non era venuto in biblioteca per prenderne uno in prestito. Si accontentava di ammirarli, migliaia e migliaia di libri. Indicava al suo amico un'intera fila di scaffali mormorando: "Guarda questi... e questi. E questi. Qui ce n'è uno rosso. Quanti. Lì ce n'è uno verde. Guarda quanti".
Alla fine la signora Gallagher, la vecchia bibliotecaria, fece caso ai bambini e si diresse verso di loro. E non sussurrò affatto. Parlò a voce alta e chiara, come se non fosse in una biblioteca, tanto che Lionel ne fu quasi spaventato e più di un lettore alzò gli occhi dal libro.
"State cercando qualcosa, ragazzi?" chiese la signora Gallagher.
"Libri" sussurrò Lionel pianissimo.
"Che genere di libri?"
"Tutti"
"Tutti? Cosa vorresti dire? Non si possono prendere in prestito più di quattro libri per tessera".
"Ma io non voglio prenderne in prestito nessuno".
"Si può sapere cosa vorresti farci, allora?"
"Voglio soltanto guardarli".
"Guardarli? Non serve a questo una biblioteca pubblica. Puoi guardare dentro i libri, puoi guardare le figure, vuoi dirmi perché mai vorresti guardarli dal di fuori?"
"Perché mi piace" sussurrò Lionel. "Non si può?"
"Effettivamente non ci sono regole che lo vietano" ammise la bibliotecaria.
Guardò Ulysses. "E questo chi è?"
"Ulysses non sa leggere".
"E tu saresti capace di leggere?"
"No, ma lui nemmeno. E' per questo che siamo amici. E' l'unica persona che non sa leggere, oltre a me".
La vecchia bibliotecaria osservò i due amici. Una situazione veramente inedita, in tanti anni d'esperienza alla biblioteca pubblica. "D'accordo" concluse "forse non cambia molto, se non sapete leggere. Io so leggere. Non faccio altro che leggere libri da sessant'anni, chissà se ha fatto davvero molta differenza. Andate pure a guardarvi tutti i libri che volete".
"Grazie, signora" disse Lionel.
I due amici si spinsero ancora più a fondo nel regno dell'avventura e del mistero. Lionel continuò ad additare libri a Ulysses. "Guarda questi... e quelli. E questi. Tutti libri, Ulysses". Si fermò sovrappensiero. "Chissà cosa dicono, mi domando". Ne scovò uno verdissimo, come erba fresca. "Guarda questo. Questo è veramente carino, Ulysses".
Intimorito da quello che stava facendo, Lionel prese il libro dallo scaffale, lo tenne un momento in mano, e lo aprì. "Qui, Ulysses! Il libro! Ecco! Lo vedi? Dicono qualcosa, qui dentro!" Puntò il dito sulla pagina stampata. "C'è una A. Sì, questa è proprio una A. C'è una lettera di qualche tipo, non so bene quale. Ogni lettera è diversa dall'altra". Si guardò intorno sospirando. "Non credo che imparerò mai a leggere, ma di sicuro mi piacerebbe sapere cosa dicono. Guarda, una figura, la figura di una ragazza. La vedi?" Continuò a voltare le pagine del libro e disse: "Lettere su lettere, una parola dopo l'altra, e così fino in fondo al libro. Questa è una biblioteca pubblica, Ulysses. Libri da tutte le parti". Diede un ultimo sguardo ammirato alle parole impresse sulla pagina, mormorando tra sé, come se stesse tentando di leggere. Scosse la testa. "Non puoi capire cosa c'è scritto se non sai leggere, Ulysses, e io non so leggere".
Chiuse lentamente il libro, lo rimise al suo posto, poi i due amici uscirono dalla biblioteca in punta di piedi. Appena fuori, Ulysses fece un salto di gioia.

La commedia umana / William Saroyan. - Milano : Marcos y Marcos, 2010. - 254 p. - (Minimarcos ; 10). - ISBN: 9788871685458

sabato 28 settembre 2013

Chiedi alla polvere, di J. Fante (la prefazione di C. Bukowski)

Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente. Il loro stile era una mistura di sottigliezza, mestiere e forma e ciò che scrivevano veniva letto, appreso, assimilato e poi ritrasmesso a qualcun altro. Era un congegno funzionale, una "cultura della parola" assai scorrevole e prudente. Bisognava tornare agli scrittori russi precedenti alla rivoluzione per ritrovare il rischio e la passione. C'erano delle eccezioni, ma erano così poche che le si esaurivano in un attimo, per poi ritrovarsi a fissare file e file di libri di un'incredibile monotonia. A paragone degli scrittori del passato, i moderni non valevano gran che.
Tirai giù dagli scaffali un libro dopo l'altro. Perché nessuno diceva niente? Perché nessuno gridava?
Mi misi a cercare nelle altre sale della biblioteca. La sezione dei libri religiosi non era che un vasto acquitrinio, almeno per me. Passai al reparto filosofia. Scovai un paio di tedeschi dall'animo amaro che mi tennero allegro per un po', ma l'esperienza si esaurì ben presto. Provai con la matematica, ma era esattamente come la religione, mi scorreva sopra senza lasciare traccia. Ovunque cercassi, non trovavo niente che mi interessasse.
Mi rivolsi alla geologia e scoprii che era una materia curiosa, ma di scarso nutrimento.
Trovai alcuni libri di chirurgia e ne fui incuriosito: la terminologia era del tutto nuova e le illustrazioni mi sembravano fantastiche. Apprezzai soprattutto l'operazione sul mesocolon, la cui tecnica finì per diventarmi familiare.
Poi abbandonai la chirurgia e tornai nella sala principale, che ospitava la narrativa. (I giorni in cui ero a corto di vino, non andavo mai in biblioteca. La biblioteca era il posto ideale per quando non avevo niente da mangiare o da bere, o la padrona di casa mi stava alle costole per recuperare l'affitto arretrato. In biblioteca, almeno, c'erano i gabinetti). Ci ho visto una quantità di barboni, là dentro, per lo più addormentati sui loro libri.
Continuavo ad aggirarmi per la sala grande, tirando giù un libro dopo l'altro, leggendo qualche riga, a volte qualche pagina, per poi rimetterli al loro posto.
Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l'aria di uno che ha trovato l'oro nell'immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un'altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l'insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.
Ero socio della biblioteca. Presi in prestito il libro e me lo portai in stanza, mi sdraiai sul letto e ripresi a leggerlo, ma prima ancora di finirlo capii che l'autore era riuscito a elaborare un suo stile particolare. Il libro era Ask the Dusk tornai in biblioteca in cerca di altri suoi libri. Ne trovai due: Dago Red e Wait until Spring, Bandini. Erano dello stesso tipo, scritti con le viscere, con il cuore per il cuore.
Sì, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna, anche più di me, e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: "Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!"
Fante era il mio Dio e io sapevo che gli dèi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in Angel's Flight, e illudermi che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo: è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E' quella la porta dell'albergo? Quella la hall? Non l'ho mai saputo.
Ho riletto Ask the Dusk quest'anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere che ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa, però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la mia magia. Fante ha scritto altri libri oltre Dago Red e Wait until Spring, Bandini. e i loro titoli sono Full of Life e The Brotherhood of the Grape. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, A Dream of Bunker Hill.
Per una serie di circostanze, quest'anno l'ho finalmente conosciuto. Ma la storia di John Fante non è tutta qui. E' la storia di un uomo fortunato e sfortunato in egual misura, di un uomo di raro coraggio naturale. Un giorno qualcuno la racconterà, ma ho la sensazione che lui non voglia che lo faccia qui. Dirò solo che, nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi.
E ora basta. Il libro è vostro.

Con un grazie a Marco Vichi che ieri mi ha parlato di questo libro e di questa introduzione. Credo che proverò a leggerla ai ragazzi.

Chiedi alla polvere / John Fante ; traduzione di Maria Giulia Castagnone ; prefazione di Charles Bukowski. - Milano : Marcos y Marcos, 1994. - 219 p. - (Gli alianti ; 22). - ISBN: 8871681053

lunedì 12 novembre 2012

Regolamento di condominio, di S. Salvagno

- Devo andare in biblioteca a restituire dei libri - Irma è già entrata nel gioco, il loro gioco di tanti anni prima, e spera che le regole non siano cambiate per lui; ci passavano ore, in biblioteca, a scambiarsi refurtive, a suggerirsi stimoli, a sussurrarsi parole spulciate qua e là nei libri o nei loro pensieri. Avevano passato un giorno intero alla Biblioteca del Beaubourg a Parigi, perdendosi nei corridoi infiniti di quel palazzo incantato in plexiglas e metallo, anche se nessuno dei due sapeva il francese; erano rimasti stregati da quelle file interminabili di volumi, dalla moquette che accoglieva chi non aveva voglia di stare seduto compostamente ai tavoli, c'era persino un clochard che era rimasto tutto il pomeriggio a riscaldarsi, e gli avevano portato un caffè e un croissant caldo. - Sarebbe perfetto, anch'io dovrei passare a prendere qualcosa - no, le regole del gioco non sono cambiate, per lui. Sorride, Irma, si sente a casa.

*Regolamento di condominio / Silvia Salvagno. - [S.l.] : Blonk, 2011. - ebook.

sabato 10 novembre 2012

quando ero piccolo (A. Oz)

*Sedurre il demonio / Erica Jong ; traduzione di Tilde Riva. - Milano : Bompiani, 2006. - 250 p. - (Narratori stranieri). - ISBN: 8845257339

venerdì 9 novembre 2012

L'evoluzione di Calpurnia, di J. Kelly

La biblioteca era fresca e buia. Mi avvicinai al bancone, dove l'anziana bibliotecaria stava consegnando dei libri a un uomo grasso con un abito di lino bianco. Poi era il mio turno. Proprio in quel momento sopraggiunse una giovane madre con un bambino. Erano la signora Ogletree e il suo figlioletto di sei anni Georgie. Georgie e io avevamo la stessa insegnante di piano, e sua madre conosceva la mia.
Oh, no! L'ultima cosa che volevo era una testimone.
"Buongiorno Callie" disse lei. "Oggi tua madre è qui?"
"E' a casa, signora Ogletree. Ciao, Georgie".
"Ciao, Callie" disse lui. "Che ci fai qui?"
"Ehm... davo un'occhiata ai libri. Ma voi i vostri li avete già, prego, andate avanti".
Mi scansai e feci il gesto magnanimo di farli passare.
"Oh, ma grazie, Callie" disse lei. "Hai dei modi così gentili. Dovrò dirlo a tua madre, la prossima volta che la vedo".
Dopo un'eternità se ne andarono. Continuai a guardarmi intorno per vedere se stava per avvicinarsi qualcun altro. La bibliotecaria mi fissò accigliata. Io mi accostai al bancone e bisbigliai: "Scusatemi signora, avete una copia del libro del signor Darwin?"
Si sporse dal bancone e chiese: "Che?"
"Il libro del signor Darwin. Sapete, L'origine della specie".
Aggrottò le sopracciglia e fece coppa con un palmo intorno all'orecchio. "Devi parlare più forte".
Dissi con voce alta e tremante: "Il libro del signor Darwin. Quello, per favore".
Mi chiuse la bocca con uno sguardo stizzoso. "No, assolutamente no. Non terrei una cosa del genere nella mia biblioteca. Ne hanno una copia nella biblioteca di Austin, ma io dovrei ordinarlo per posta. Sono cinquanta centesimi. Ce li hai cinquanta centesimi?"
"No, signora". Mi accorsi che stavo arrossendo. Non avevo mai posseduto cinquanta centesimi in vita mia.
"Inoltre" aggiunse, "avrei bisogno di una lettera di tua madre che ti autorizza a leggere quello specifico libro. Ce l'hai, una lettera del genere?"
"No, signora" risposi mortificata. Cominciava a prudermi il collo, segno premonitore di un accesso di orticaria.
Tirò su col naso. "Lo immaginavo. Ora devo rimettere a posto dei libri"
Mi venne da piangere per la rabbia e l'umiliazione, ma non volevo mettermi a frignare di fronte a quella vecchia befana. Quando uscii dalla biblioteca sembravo coperta di schiuma purpurea, e trovai Harry a poltrire di fronte all'emporio. Mi guardò preoccupato.
Mi grattai le bollicine che mi erano spuntate sul collo e gemetti: "a che serve una biblioteca se non ti danno un libro?"
Harry si guardò intorno. "Di che stai parlando?"
"Certa gente non è adatta a lavorare in biblioteca" risposi. "Ora voglio andare a casa"
Durante il lungo viaggio di ritorno nel caldo e nel silenzio, sul carro stracarico, Harry mi osservava. "Che c'è che non va, cucciola?"
"Niente" sbottai. Oh, proprio niente, salvo che l'amarezza e la rabbia mi stringevano la gola, e non avevo nessuna voglia di parlarne.
[...]
Quando arrivammo a casa, non riuscii a tollerare la chiassosa eccitazione di quando si scaricava il carro. Scappai al fiume. Mi strappai di dosso la cuffia, il grembiule e il vestito, quindi mi buttai in acqua, scatenando il terrore nel cuore dei girini e delle tartarughe lì intorno. Bene. Quella bibliotecaria mi aveva rovinato la giornata, e io ero ben decisa a rovinarla a qualcun altro, o a qualche altra cosa. Tuffai la testa sott'acqua ed emisi un urlo lungo, forte, con il suono che mi gorgogliava nelle orecchie. Uscii per respirare e ripetei l'operazione. E un'altra volta ancora, solo per scrupolo. L'acqua rinfrescante a poco a poco mi placò. In fondo che importanza aveva un libro? Davvero, non significava niente. Un giorno avrei posseduto tutti i libri del mondo, scaffali e scaffali pieni. Avrei vissuto in una torre di libri. Avrei letto tutto il giorno mangiando pesche. E se qualche giovane cavaliere con l'armatura avesse osato passare sul suo bianco destriero e mi avesse implorato di calargli la treccia, lo avrei bersagliato di noccioli di pesca finché non se ne fosse andato a casa.

*L'evoluzione di Calpurnia : romanzo / Jacqueline Kelly ; traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana. - Milano : Salani, 2011. - 287 p. - ISBN: 9788862564175