L'infanzia dorataDel resto tutto era di gusto più che discutibile nella sua bellissima e allegrissima stanza. Era un ex spogliatoio, ed aveva tutti i mobili verniciati di bianco, ed un numero eccessivo di specchi: sulla toeletta, a tre facce, e poi uno grande infisso nel muro. In quella stanza, si erano stratificati i cento gingilli che si collezionano dopo la Comunione e la personale biblioteca da cui, a poco a poco, coi vecchi libri scolastici, sarebbero scomparsi prima i libri per ragazzi, poi una parte dei meno presentabili, ma deliziosi romanzi per giovinette, finché si era riempita di romanzi moderni. Per i suoi diciotto anni aveva appunto avuto in dono da un amico, oltre alla Condition humaine di Malraux, l'Immoraliste, di Gide. Ed era parsa una investitura poter ricevere in dono libri simili, e lo aveva per anni tenuto da conto come un cimelio, quel Gide datole con speciale dedica da qualcuno per cui «aveva molto contato». Ma la freddezza aulica di quelle pagine, e il suo nessun interesse per l'incomprensibile martirio del personaggio femminile, le aveva impedito di arrivare sino in fondo. Verboso e noioso come D'Annunzio, aveva pensato, ma così dignitoso, elegante: era quello che importava. (p. 36-37)
Ricordi familiari
A tutte le ore, ed eventualmente tutti i giorni - perché spesso si trattenevano in una delle stanze della biblioteca per lavorare (il prestito a casa, fonte di distruzione delle biblioteche, non era ammesso) - venivano invece quei visitatori che rientravano nella categoria dei compagni di studi e di lavoro o in certo modo discepoli.(pp. 112-113)
Mio padre diresse le mie letture fin da quando avevo sei anni. Il primo libro che mi diede fu Marco Visconti. Credo che fosse l'edizione stessa ch'egli aveva avuto da bambino, così come il suo nome in scrittura chiara infantile portavano pochi altri dei libri ch'io lessi allora via via: la Capanna dello Zio Tom, le novelline del canonico Schmid. Non vi era programma, né sentimentalismo, ma un minimo di rituale nel farmi ripercorrere, benché senza nessuna insistenza, un curriculum di letture infantili ottocentesche. Mi furono dati due romanzi del D'Azeglio, e perfino Margherita Pusterla, ma si trovò perfettamente naturale - anche in omaggio alla giustizia estetica - che io non li leggessi per intero. Poi venne il periodo trionfale di Walter Scott. La biblioteca ne era poco provvista e allora fu chiamato in soccorso Fausto Nicolini, che mio padre ricordava dovesse possederne una buona scorta ereditata, e che comunque me ne procurò grandi pile. Quando arrivavano mio padre li misurava coll'occhio soddisfatto, e me li passava uno per uno come un dolciume personalmente sperimentato nell'età debita. Ma interrogato da me sul «qual'è il più bello» mi disse sempre, separando le responsabilità storico-letterarie dal criterio d'intrattenimento, che qualche bella pagina la ricordava solamente nella Prigione di Edimburgo, volume che non ci si riuscì mai a procurare. Per due o tre anni egli continuò a seguire il criterio di attingere ai ricordi delle sue letture infantili, mescolandovi via via quello che riteneva opportuno fosse letto in età ingenua. Quando venne il momento dei Tre moschettieri (avevo nove anni) ch'io divorai in tre giorni (più di un volume al giorno non mi fu concesso) mio padre mi guardava col compiacimento con cui si guarda una creatura che sta sperimentando un momento di felicità assicurata e indiscussa. Mi disse che aveva sempre avuto il rimpianto di non aver letto quel libro all'età giusta, cioè alla mia, e di non averne perciò potuto trarre tutto il godimento sublime che solo a quell'età, con quel libro, può raggiungere il suo culmine. Non fu del resto una felicità pedagogicamente improduttiva perché la brama rimasta in me di Dumas era così forte che per leggere il Conte di Montecristo, il solo altro romanzo di Dumas posseduto dalla nostra biblioteca (mio padre aveva una grande simpatia per Dumas padre, ma non riteneva fosse il caso di occupare spazio, il prezioso spazio delle scansie, con le sue opere) e posseduto solo in edizione francese, il francese lo imparai a leggere da sola, aprendomi così un nuovo vastissimo territorio di letture.
A questo punto vi fu nella mia carriera di lettrice un episodio che mi sconvolse. Andai a confessarmi da un padre gesuita che i nostri vicini (famiglie amiche, tutta gente di chiesa di quel tipo napoletano di un tempo che viveva nelle sacrestie come a casa propria, e che aveva in casa cappelle e celebrava cerimonie religiose domestiche: le credenze erano piene di meravigliose confetture, dolci conventuali, le ragazze avevano cassetti pieni di santini, fiori finti, cuori ricamati, e alcune erano per diventare e divennero suore) avevano vantato come ideale confessore di scolaretti. Interrogata sulle mie letture, citai con fierezza il mio classico, i Tre moschettieri. Sentii gridare: «è un ateo» e non ricordo cos'altro di fulminante: restai paralizzata. Tornando a casa, sotto la vergogna, mi bolliva in cuore la collera. Era un conflitto di autorità: mio padre avrebbe dunque potuto sbagliare dandomi quel libro? La cosa non era per me accettabile: istintivamente ogni altra autorità era per me pallidissima di fronte a quella paterna. E poi non avevo ancora letto Vent'anni dopo, ed ero letteralmente terrorizzata all'idea che avrei potuto privarmene. Raccontai, non so come, il triste episodio a casa. Dopo qualche giorno mio padre, che tra l'altro considerava la messa all'indice in odium auctoris dei romanzi di Dumas una vera ingiustizia dal punto di vista della chiesa, con aria compunta mi annunziò che per sollevarmi dai miei scrupoli aveva scritto ad un suo amico, il dotto e pio «vescovo di Cosenza», il quale gli aveva risposto assicurando che Dumas era innocuo e potevo benissimo leggere Vent'anni dopo. Questa finzione, recitata impeccabilmente, fu un vero provvidenziale, capolavoro pedagogico. Mi rese felice, a posto con la coscienza, in possesso del bene ambito. Sulla questione dell'educazione religiosa, del resto, mio padre aveva sempre avuto l'atteggiamento di chi lascia che la tradizione operi sin che può, e che il senso critico si svegli spontaneamente quando è il suo momento. [...] Verso i dodici anni cominciai a contrattare e combattere: avevo cominciato a familiarizzarmi coi nomi dei grandi classici, e volevo leggere questo e quello. Mi venivano contesi con dolcezza - mio padre aveva un modo di dichiararmi che l'avrei «apprezzato meglio più tardi» che non urtava alcuna mia suscettibilità - ma con fermezza; con appello al mio onore, sicché non lessi mai un libro di nascosto. L'unico era stato, verso i nove anni, un Salgari - autore vietato perché sgrammaticato - fonte di delizie piene di rimorsi. Malgrado queste cautele, tutte le volte che m'interrogavano sulle mie letture gli amici alzavano le braccia al cielo: «cosa le ha fatto leggere!». In realtà il criterio poteva essere arrischiato, ma era di un liberalismo pieno di rigore, ed estremamente ricco di considerazione per quella che è la fragilità e la robustezza di una testa adolescente; quando ripenso a quegli anni, alle ore passate sul tappeto nello studio di mio padre a divorare libri, mi sorprendo ancora nello scoprire quanta capacità egli avesse di comunicare con un'anima infantile, di capirne i gusti, lui che non aveva mai avuto intorno a sé dei ragazzi. E credo che se ho avuto qualche cosiddetta base di cultura, questa s'è fatta proprio allora, con quelle infinite letture di romanzi alternate, via via, in armonia con l'età, a quelle dei poeti. Altro di più 'istruttivo' non si tentò mai di darmi: dovetti chiederlo da me quando col liceo e poi con l'Università mi fu necessario conoscere alcune opere preliminari filosofiche e storiche.
Le proteste degli amici per le mie letture inadatte avevano del resto il risultato di farmi sentire piacevolmente complice di mio padre. Tutta la mia infanzia e adolescenza hanno avuto tra le consuetudini più costanti questa richiesta di libri: mio padre si arrampicava sulle leggerissime scalette - lui che, miope e con una gamba due volte fratturata, aveva il passo abbastanza esitante, era veramente spericolato quando si trattava di scale di biblioteca, sulle quali saliva e scendeva con noncuranza - e riportava sempre qualcosa. Col tempo io avevo imparato a puntare su determinate file i miei desiderii, ma in alcuni casi mi toccò aspettare a lungo: alcuni libri venivano fermamente lasciati al loro posto. Stendhal sì, Flaubert per un pezzo no, salvo Un coeur simple. Balzac a volontà. Anche molti libri mediocri: Jean Christophe mi fu concesso col patto che avrei saltato un volume troppo ardito; si dava sempre piena fiducia alla mia lealtà. Tolstoj tutto salvo Resurrezione. E Dostoevskij e tutti i russi e tutto il romanzo vittoriano. Anche Maupassant per un certo tempo mi fu dato con selezione di singole novelle. Ma si era giunti, e abbastanza presto, al momento di leggere tutto, salvo i classici dell'arditezza, sconsigliati non per motivi morali, ma per una norma di discrezione. In tutte queste letture il presupposto della scelta era sempre il giudizio estetico; ma se non si transigeva sulla questione di valore, c'era la più larga considerazione delle esigenze di intrattenimento, di curiosità storica e di costume. Del resto, benché ci si lasciasse sempre parlare liberamente, non si trattavano con indulgenza le sciocchezze, ma si cercava sempre di intendere le esigenze che si nascondevano dietro le predilezioni e gusti un po' ingenui. E malgrado questa liberalità il giudizio critico, tanto più perché non imposto, diventava articolo di fede: mi sarebbe piaciuto Pascoli, verso gli 11 o 12 anni, ma sapevo che ciò che in esso allora mi attirava rappresentava un gusto al quale non ci si poteva abbandonare. (pp. 136-141)
L'infanzia dorata e Ricordi familiari / Elena Croce. - Nuova ed. - Milano : Adelphi, c1979. - 164 p. ; 22 cm. - (Biblioteca Adelphi ; 6)
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