martedì 26 maggio 2009

Mal di pietre di M. Agus

"Il manicomio ai genitori era sembrato un bel posto per nonna, con un grande bosco sulla collina fitto di pini marittimi, alberi del paradiso, cipressi, oleandri, ginestre, carrubi e viali dove nonna avrebbe potuto andare su e giù. E poi non si trattava di un unico caseggiato lugubre che magari avrebbe potuto farle paura, ma di una serie di ville dei primi del Novecento, ben curate e circondate da un giardino. Quello che sarebbe stato il posto di nonna era il reparto chiamato dei Tranquilli, una villa a due piani con un ingresso costituito da una vetrata elegantissima, una sala soggiorno, due refettori, otto dormitori e nessuno avrebbe detto che lì ci vivevano i pazzi, se non per le scale incassate fra i muri. Essendo nonna una tranquilla avrebbe potuto uscire e andare forse anche nella palazzina della Direzione, con la biblioteca e una sala di lettura dove avrebbe scritto e letto romanzi e poesie a suo piacimento, ma sotto controllo. E non avrebbe mai avuto contatti con le altre ville dei Semiagitati e degli Agitati e non le sarebbero mai accadute cose terribili come essere rinchiusa nelle celle di isolamento o essere legata al letto. In fondo, a casa era peggio perché, quando le venivano le crisi di disperazione e voleva ammazzarsi, bisognava pur salvarla in qualche modo." (pp. 97-98)

* Mal di pietre / Milena Agus. - Roma : Nottetempo, 2006. - 119 p. - ISBN: 8874520956

giovedì 14 maggio 2009

Le storie di mia zia (e di altri parenti), di U. Cornia

24.

Quando facevo le scuole medie ogni tanto ci portavano alla Biblioteca Estense a fare delle ricerche su un vecchio giornale di Modena che si chiamava "Il Panaro".
Una volta qualcuno ha trovato un bellissimo articolo che si intitolava così "ESCE DAL TOMBINO: SCOTENNATO DAL TRANVAI" e raccontava la storia di un operaio del comune di Modena che avevano mandato a fare delle cose nelle fogne. A un certo punto lui aveva sentito un rumore terribile, come se stesse arrivando un terremoto. Allora era stato colto da un immediato terrore e aveva di colpo aperto il tombino per non rimanere sepolto vivo nelle fogne nel caso che tutto crollasse. Stava già uscendo dal tombino e si era già sporto fino a mezzobusto, soltanto che non era il terremoto ma stava passando il tranvai che così lo aveva scotennato, cioè gli aveva portato via tutti i capelli e anche una bella fetta di cuoio capelluto, ma lui era ancora vivo e stava all'ospedale.

34.

Sempre quando ero alle scuole medie, che ogni tanto ci portavano alla Biblioteca Estense a fare ricerche su "Il Panaro" mi ricordo che un'altra volta qualcuno aveva letto un articolo che aveva il titolo "CADE DAL LETTO E MUORE". L'articolo raccontava che uno era caduto dal suo letto e era morto sfracellandosi sul pavimento perché dormiva in un letto a castello alto otto metri, quindi era più o meno come se fosse caduto dormendo dal terzo piano di una casa.

(dal) 75.

.. Una sera mia zia doveva prendere un nuovo farmaco, allora a una certa ora ha preso il farmaco, poi è andata a letto a cercare di dormire sperando di trovare la posizione giusta. Dopo poco si è addormentata, poi, non poteva dire con certezza dopo quanto, ma ha detto che le sembrava di volare, aveva iniziato a volare e volava su e giù per Modena, e poi era andata volando verso gli Appennini e aveva visto tutte le montagne e il Cimone con la neve sopra, e aveva volato intorno al Cimone per cinque o sei giri e poi si era stufata di volare sopra le montagne e era tornata volando verso Modena e aveva volato sul suo ufficio nella biblioteca della Camera di Commercio, e aveva visto da un finestrone che la signora Solieri, la sua collega, era già lì che lavorava, poi aveva deciso di tornare a casa e casa nostra era in via Della Cella 35, come di fatto è, ma invece di essere un palazzone bianco e blu era un grande armadio a cassettoni fatto di quattro cassettoni uno sopra l'altro che giravano intorno a un grande perno in un angolo e si aprivano come le cinque carte da gioco che uno ha in mano quando gioca a poker, e ognuno di questi cassettoni era una piscina, ma antica, come le vasche dei giardini dei palazzi rinascimentali, con ninfee e canneti, e mia zia era andata nel secondo di questi cassettoni piscine, che era il nostro appartamento, e lì, visto che era in costume da bagno, si era messa a nuotare e era stata in acqua moltissimo, sempre nuotando. Poi si era seduta sul bordo con i piedi in acqua e verso le sei e mezzo di mattina si è svegliata, sudatissima, ma molto contenta...

Le storie di mia zia : (e di altri parenti) / Ugo Cornia. - Milano : Feltrinelli, 2008. - 165 p. - (I narratori). - ISBN: 9788807017704

mercoledì 13 maggio 2009

Il gioco delle tre carte di M. Malvaldi

"E poi lavorare in un bar non è così male.
Snijders lo guardò. Non sembrava troppo convinto.
- Davvero? Non è un po' noioso?
- Sì - disse Massimo mentre tornava verso il retrobottega. - A volte sì. Ma a me non dispiace. E poi, a volte un lavoro noioso può tirare fuori il meglio di una persona.
Snijders sorrise.
Non completamente, pensò Massimo. Un lavoro noioso può tirare fuori il meglio di una persona. Non devi pensare a quel che fai, vai in automatico, e intanto il tuo cervello lavora. Quando ha elaborato la teoria della relatività, Einstein lavorava all'ufficio brevetto. Böll era un controllore, e Bulgakov un medico condotto. Pessoa lavorava al catasto, mi sembra. Borges era un bibliotecario, e Kavafis un impiegato della società acquedotti. Dai ad un uomo fantasioso un lavoro schematico, ripetitivo, e che lo metta in contatto con altre persone, e rischi seriamente di produrre un premio Nobel. Spesso, lasciata libera, un'esistenza che non viene rimescolata continuamente dall'ansia di dover produrre lascia decantare spontaneamente i suoi pensieri, che si depositano piano piano sul fondo e cristallizzano, a volte, in forme di rara bellezza. Certo, io passo i miei pomeriggi liberi incastonato nel divano a giocare a Playstation, ma questo è un altro paio di maniche. Mica sono un poeta, io." (pp. 170-171)

* Il gioco delle tre carte / Marco Malvaldi. - Palermo : Sellerio, 2008. - 208 p. - (La memoria ; 761). - ISBN: 88-389-2334-5